Articoli Maggio 2020

La poesia: arma con cui combattere

Pubblichiamo di seguito una poesia scritta da NICOLA ARBINO, studente della 3F Liceo scientifico Scienze Applicate, che ha tradotto in versi il momento di insicurezza in cui lui, come tutti noi, si trova a vivere. Ha anche corredato la poesia con una breve riflessione.

SOLO CON ME STESSO

In un giorno assai mesto,
Non per il meteo temporalesco,
Ma per il vissuto storico contesto,
Arduo ed estremamente grottesco;
Il passar del tempo mi parve eterno,
E mi trovai sul letto ozioso e annoiato,
E guardando dalla finestra all’esterno
Scorsi un ciliegio appena imbiancato.


E questo mi riportò alla mente
Gli infantili giorni in cui raccoglievo
I suoi dolci frutti allegramente.
E per un attimo mi venne sollievo
Ripensando al quotidiano passato
Che ardentemente riviver volevo.
Ma cominciai a sentirmi imprigionato
Realizzando che non potevo.


Perso tra le mie riflessioni,
Come in un bosco non tracciato
E alternato da luminosi spezzoni
E da altri, nei quali è intrappolato
Il sole al di sopra delle fronde,
Giunsi a pensare alle mie ambizioni,
Le quali mai mi furono tremebonde,
Ma quel giorno pensai ad altre opzioni.


Alla fine smisi di pensare al futuro
Perché uno svago provar dovevo
In questo arduo presente scuro;
Nel quale sentivo che cadevo
In un infinito burrone di incertezze.
Allora mi accinsi a scrivere
questa poesia, per combattere le cupezze
di quel burrone: ripresi a sorridere.

 

Scrissi la prima strofa in un pomeriggio, il pomeriggio in cui mi trovai sul letto ad oziare, assorto tra i miei pensieri. Fuori pioveva, e alzando lo sguardo scorsi quel ciliegio fiorito, che per chi sa quale motivo mi indusse a scrivere una poesia.

Quando terminai di scrivere gli otto versi, fui molto contento perché mi parve un buon lavoro: andai a farmi la doccia e, cantando sotto l’acqua, pensai che l’indomani avrei continuato il mio lavoro. Ma il giorno dopo mi scordai completamente di cosa mi era passato per la mente e di ciò che, guardando quel ciliegio, mi aveva indotto a scriverci su una poesia. Rimuginai a lungo, sforzandomi di ricordare, ma non ci riuscii e mi bloccai.

Le altre tre strofe sono giunte dopo, a descrivere i miei pensieri durante tutta la quarantena, nella quale molto spesso mi capitano giornate come quella del ciliegio. Ci ho messo poco più di un mese per scriverle, molto più tempo rispetto alla prima, perché è stato molto difficile per me descrivere ciò che mi passa per la mente in queste giornate: penso al mio passato, a come potrebbe essere il mio futuro e a cose che mi fanno dubitare di tutto ciò che fino ad ora mi era chiaro e che avevo ignorato completamente, dandole per scontate o non pensandoci affatto.  Queste cose mi creano dubbi, alimentati anche dalla brutta situazione in cui stiamo vivendo, dubbi con i quali sono costretto a combattere. Questa quarantena è stata dura, e allo stesso tempo stimolante, proprio perché sono stato costretto a convivere con le mie incertezze, solo con me stesso.

Ma con quali armi combattere queste incertezze?

Con la poesia. So che detto da me, che ho fino ad ora scritto un’esiguo numero di versi, sembra un po’ ridicolo, ma il fatto di scrivere, e rendere concreto, ciò che mi passa per la mente è un modo per fare chiarezza e ordine. Mentre si scrive si riflette e si riesce a comprendere cosa ci affligge, per poi porvi rimedio e capire cos’è giusto; in questo modo si riesce a trovare la propria idea e la propria identità, senza nessuna opinione esterna, nemmeno indiretta, ma soltanto con sé stessi.

Nicola Arbino, 3FSA

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